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Decision maker: perché parlare con la persona giusta cambia tutto

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Nel B2B non basta parlare con un’azienda.

Bisogna parlare con la persona giusta dentro quell’azienda.

Questa è una delle verità più semplici e più ignorate nelle vendite.

Molte campagne commerciali falliscono non perché il prodotto non sia valido, non perché il mercato non sia interessato e non perché la comunicazione sia completamente sbagliata.

Falliscono perché il messaggio arriva alla persona sbagliata.

Arriva a chi non decide.

A chi non ha budget.

A chi non percepisce il problema.

A chi non ha autorità.

A chi non ha interesse diretto.

A chi può anche essere gentile, ma non può portare avanti la trattativa.

Nel marketing B2B, individuare il decision maker cambia tutto.

Perché riduce dispersione, accelera il processo commerciale, migliora la qualità delle conversazioni e permette alla forza vendita di lavorare su interlocutori realmente utili.

Non è un dettaglio.

È una leva decisiva.

Chi è davvero il decision maker

Il decision maker è la persona che ha il potere di decidere, autorizzare o influenzare in modo determinante un acquisto aziendale.

Può essere l’amministratore delegato.

Il titolare.

Il direttore generale.

Il direttore commerciale.

Il responsabile marketing.

Il responsabile acquisti.

Il CFO.

Il responsabile HR.

Il direttore operativo.

Il responsabile IT.

Dipende dal tipo di prodotto o servizio venduto.

Se proponi servizi di lead generation B2B, il decision maker può essere l’imprenditore, il direttore commerciale o il responsabile marketing.

Se vendi software gestionali, può essere il responsabile IT insieme alla direzione.

Se proponi servizi finanziari, può essere il CFO o l’amministratore.

Se vendi formazione aziendale, può essere HR, direzione generale o proprietà.

Se proponi campagne DEM B2B, database profilati o attività di email marketing B2B, spesso devi intercettare chi ha responsabilità su vendite, marketing o sviluppo commerciale.

Il decision maker non è sempre una sola persona.

In molte aziende la decisione passa da più figure.

C’è chi valuta.

Chi influenza.

Chi usa il servizio.

Chi gestisce il budget.

Chi firma.

Per questo, nel B2B, parlare con la persona giusta non significa sempre cercare “il capo”.

Significa capire chi conta davvero nel processo decisionale.

Perché parlare con la persona sbagliata costa

Ogni conversazione commerciale ha un costo.

Costa tempo.

Costa energia.

Costa attenzione.

Costa follow-up.

Costa preparazione.

Costa risorse del team vendita.

Se parli con la persona sbagliata, quel costo aumenta e il risultato diminuisce.

Puoi fare una bella presentazione.

Puoi mandare una proposta dettagliata.

Puoi ricevere anche risposte positive.

Ma se l’interlocutore non può decidere, la trattativa si blocca.

Frasi tipiche:

“Devo parlarne con il titolare.”

“Giro tutto alla direzione.”

“Le faremo sapere.”

“Non dipende da me.”

“Dobbiamo valutare internamente.”

“Il responsabile non è in sede.”

“Al momento non posso darle una risposta.”

A volte sono risposte sincere.

A volte sono modi eleganti per chiudere la conversazione.

In entrambi i casi, il punto è lo stesso: non sei arrivato a chi può portare avanti la decisione.

Nel B2B questo può trasformare una potenziale opportunità in una lunga perdita di tempo.

Non tutti i referenti aziendali sono uguali

Dentro un’azienda esistono ruoli diversi.

E ogni ruolo ha un peso diverso nella decisione.

Ci sono utilizzatori.

Ci sono influenzatori.

Ci sono valutatori tecnici.

Ci sono responsabili di funzione.

Ci sono approvatori economici.

Ci sono decisori finali.

Un utilizzatore può capire benissimo il valore di un servizio, ma non avere budget.

Un responsabile intermedio può apprezzare la proposta, ma non poterla autorizzare.

Un ufficio acquisti può trattare il prezzo, ma non essere il promotore reale dell’esigenza.

Un amministratore può decidere, ma non voler entrare nei dettagli operativi.

Per questo una buona strategia di lead generation B2B deve sapere quali ruoli contattare.

Non basta dire “aziende in target”.

Bisogna chiedersi:

chi vive il problema?

chi può autorizzare la spesa?

chi influenza la scelta?

chi firma?

chi può bloccare tutto?

Una campagna efficace deve tenere conto di queste figure.

Il database B2B deve contenere ruoli, non solo aziende

Un database B2B generico può contenere nomi di aziende, indirizzi email, siti web e numeri di telefono.

Ma se non permette di identificare i ruoli, il suo valore commerciale è limitato.

Un database B2B profilato dovrebbe aiutare a selezionare non solo le aziende giuste, ma anche i referenti corretti.

Per esempio:

  • CEO;
  • founder;
  • amministratore delegato;
  • direttore generale;
  • direttore commerciale;
  • responsabile marketing;
  • responsabile acquisti;
  • HR manager;
  • CFO;
  • responsabile operations;
  • responsabile IT;
  • export manager;
  • travel manager;
  • office manager.

Ogni campagna deve scegliere il referente più adatto.

Se il messaggio riguarda lo sviluppo commerciale, parlare con il direttore vendite ha senso.

Se riguarda l’acquisizione clienti, possono essere rilevanti marketing, direzione commerciale e proprietà.

Se riguarda costi, controllo o marginalità, il CFO può avere un ruolo importante.

Se riguarda eventi aziendali, welfare o formazione, HR e direzione generale possono essere interlocutori corretti.

Il database non deve solo dire “questa azienda esiste”.

Deve aiutare a capire “a chi dobbiamo parlare”.

Il messaggio cambia in base al decision maker

Un errore frequente è usare lo stesso messaggio per tutti.

Ma un CEO non legge una proposta come la legge un responsabile marketing.

Un direttore commerciale non valuta gli stessi elementi di un CFO.

Un responsabile acquisti non ha le stesse priorità di un imprenditore.

Il decision maker influenza il copy.

Influenza l’oggetto della DEM.

Influenza la landing page.

Influenza la call to action.

Influenza il follow-up.

A un imprenditore interessa capire se la proposta può generare crescita, risparmiare tempo, aumentare controllo o creare nuove opportunità.

A un direttore commerciale interessa capire se può generare appuntamenti, pipeline, lead qualificati e trattative.

A un responsabile marketing interessa capire se la campagna può portare traffico qualificato, richieste, dati e misurabilità.

A un CFO interessa capire costo, ritorno, sostenibilità, rischio e controllo.

A un responsabile acquisti interessa capire affidabilità, condizioni, processo, alternative e convenienza complessiva.

La stessa offerta può essere raccontata in modi diversi, perché ogni interlocutore valuta con una lente diversa.

Parlare con la persona giusta significa anche parlare nel modo giusto.

Decision maker e lead generation B2B

La lead generation B2B efficace non deve limitarsi a generare contatti.

Deve generare contatti utili.

E un contatto utile è tale solo se rientra in un target corretto e ha un ruolo coerente con l’obiettivo commerciale.

Una campagna può generare molte risposte, ma se arrivano da persone che non decidono, il valore resta basso.

Al contrario, una campagna può generare meno lead, ma molto più qualificati, se raggiunge figure decisionali.

Il vero obiettivo non è parlare con più persone.

È parlare con persone più rilevanti.

Per questo, quando si costruisce una strategia di lead generation B2B, bisogna definire:

  • quali aziende vogliamo raggiungere;
  • quali settori sono prioritari;
  • quali ruoli aziendali dobbiamo intercettare;
  • quali problemi vogliamo portare alla loro attenzione;
  • quale canale usare;
  • quale messaggio inviare;
  • quale call to action proporre;
  • quale follow-up attivare.

La qualità del decision maker incide direttamente sulla qualità della pipeline commerciale.

Il ruolo delle DEM B2B

Le campagne DEM B2B possono essere molto utili per raggiungere decision maker aziendali.

Ma devono essere costruite con precisione.

Una DEM inviata a un indirizzo generico come info@ può avere una funzione, ma difficilmente ha la stessa forza di una comunicazione rivolta a un ruolo specifico.

Una DEM indirizzata a un direttore commerciale può usare un messaggio diverso da una DEM rivolta a un amministratore delegato.

Una DEM per un responsabile marketing può evidenziare aspetti diversi rispetto a una DEM per un responsabile acquisti.

Questo è il vantaggio della profilazione.

Permette di costruire campagne più mirate.

Nel direct email marketing B2B, la profilazione del ruolo è spesso decisiva.

Non basta arrivare nella casella di posta.

Bisogna arrivare nella casella giusta.

E con un messaggio che abbia senso per chi lo riceve.

Parlare con chi decide accorcia il ciclo di vendita

Nel B2B i cicli di vendita possono essere lunghi.

Ci sono valutazioni interne.

Budget.

Autorizzazioni.

Confronti con altri fornitori.

Riunioni.

Approvazioni.

Tempi aziendali.

Parlare con il decision maker non elimina questi passaggi, ma può renderli più chiari e più rapidi.

Quando l’interlocutore ha potere decisionale, può dire subito se la proposta è interessante, se il budget esiste, se il momento è corretto, quali sono le priorità e quali ostacoli devono essere superati.

Questo permette al commerciale di capire dove si trova davvero.

Una risposta chiara, anche negativa, è spesso meglio di settimane di incertezza con un interlocutore che non decide.

Perché la vendita non ha bisogno solo di entusiasmo.

Ha bisogno di realtà.

E il decision maker aiuta a portare la conversazione sulla realtà.

Attenzione: il decision maker non è sempre il primo contatto

In alcuni casi arrivare subito al decision maker è possibile.

In altri no.

A volte il primo contatto è un assistente, un responsabile intermedio, un collaboratore o una persona che filtra le comunicazioni.

Questo non significa che il contatto sia inutile.

Significa che va gestito con intelligenza.

Una persona che non decide può comunque aprire la porta.

Può segnalare il referente corretto.

Può inoltrare una comunicazione.

Può spiegare come funziona il processo interno.

Può aiutare a capire chi coinvolgere.

Per questo non bisogna trattare male chi non decide.

Nel B2B, la relazione conta.

Ogni interlocutore può essere un ponte o un muro.

La differenza spesso dipende da come viene gestita la conversazione.

Come identificare il decision maker

Identificare il decision maker richiede metodo.

Alcuni canali utili sono:

  • database B2B profilati;
  • LinkedIn;
  • siti aziendali;
  • comunicati stampa;
  • organigrammi pubblici;
  • eventi e fiere;
  • associazioni di categoria;
  • CRM interno;
  • storico clienti;
  • referral;
  • campagne DEM;
  • telefonate di qualificazione;
  • form su landing page.

L’obiettivo non è raccogliere nomi a caso.

L’obiettivo è capire chi ha responsabilità reale rispetto alla proposta.

Per questo, prima di cercare il contatto, bisogna definire il processo decisionale tipico.

Chi decide questo tipo di acquisto?

Chi lo influenza?

Chi lo usa?

Chi lo paga?

Chi lo può bloccare?

Rispondere a queste domande rende la ricerca molto più precisa.

Qualificare il contatto prima di vendere

Una volta identificato un possibile decision maker, bisogna qualificarlo.

La qualificazione serve a capire se vale la pena investire tempo commerciale.

Alcuni criteri utili sono:

  • ruolo aziendale;
  • settore dell’azienda;
  • dimensione dell’impresa;
  • area geografica;
  • bisogno potenziale;
  • compatibilità con l’offerta;
  • livello di interesse;
  • budget possibile;
  • tempistiche;
  • autorità decisionale;
  • eventuali interazioni precedenti.

La qualificazione evita di trattare tutti allo stesso modo.

Non tutti i contatti meritano la stessa energia.

Alcuni vanno chiamati subito.

Altri vanno seguiti con contenuti.

Altri vanno rimandati.

Altri non sono in target.

Il commerciale deve sapere dove concentrare il tempo.

E il tempo, nelle vendite B2B, è una delle risorse più importanti.

CRM e decision maker

Un CRM ben gestito deve indicare chiaramente chi è il decision maker, chi sono gli influenzatori e chi sono gli altri referenti coinvolti.

Non basta inserire “azienda X” nel sistema.

Bisogna sapere:

  • chi è il referente principale;
  • che ruolo ha;
  • se decide o influenza;
  • chi firma;
  • chi usa il servizio;
  • chi gestisce il budget;
  • quali interazioni ci sono state;
  • quali obiezioni sono emerse;
  • quale prossimo passo è previsto.

Questo permette alla forza vendita di non ripartire ogni volta da zero.

Permette di gestire meglio i follow-up.

Permette di evitare comunicazioni duplicate o incoerenti.

Permette di costruire una pipeline commerciale più ordinata.

Un CRM senza ruoli chiari è solo un archivio.

Un CRM con decision maker ben identificati diventa uno strumento commerciale.

Il follow-up cambia quando sai con chi stai parlando

Un follow-up generico è debole.

Un follow-up costruito sul ruolo del destinatario è molto più efficace.

Se stai parlando con un direttore commerciale, puoi richiamare il tema della pipeline, degli appuntamenti, dei lead qualificati e delle trattative.

Se stai parlando con un imprenditore, puoi collegare il follow-up a crescita, controllo, tempo e opportunità.

Se stai parlando con un responsabile marketing, puoi concentrarti su campagne, misurabilità, traffico qualificato e conversioni.

Se stai parlando con un CFO, devi essere più attento a sostenibilità economica, rischio e ritorno.

Il ruolo guida la conversazione.

E una conversazione più specifica è quasi sempre una conversazione più forte.

Decision maker e compliance

Quando si lavora con contatti aziendali, ruoli professionali, email nominative, database B2B, DEM, marketing automation e attività di follow-up, bisogna gestire con attenzione anche gli aspetti normativi.

Il B2B non significa assenza di regole.

I dati riferiti a persone fisiche, anche in contesto professionale, devono essere trattati nel rispetto della normativa applicabile, delle informative, delle basi giuridiche corrette, dei principi di pertinenza e della possibilità di opposizione.

Una strategia commerciale seria deve essere efficace, ma anche ordinata e difendibile.

La compliance non è un dettaglio.

È parte del metodo.

Gli errori più comuni

Ci sono alcuni errori frequenti quando si cerca di raggiungere decision maker.

Il primo è contattare solo indirizzi generici e aspettarsi risposte qualificate.

Il secondo è usare lo stesso messaggio per ruoli diversi.

Il terzo è confondere un referente disponibile con un vero decisore.

Il quarto è non chiedere mai chi partecipa alla decisione.

Il quinto è non tracciare nel CRM il ruolo dei vari interlocutori.

Il sesto è insistere con chi non può decidere, invece di farsi guidare verso il referente corretto.

Il settimo è parlare solo del prodotto, senza collegarlo alle priorità del ruolo specifico.

Nel B2B, questi errori allungano i tempi e abbassano la qualità della trattativa.

La domanda giusta

Prima di avviare una campagna di lead generation B2B, una DEM o un’attività commerciale, bisognerebbe chiedersi:

chi deve ascoltare questo messaggio per poter fare qualcosa?

Non semplicemente:

a quante aziende possiamo inviarlo?

La differenza è enorme.

La prima domanda cerca qualità.

La seconda cerca volume.

Il volume può essere utile.

Ma solo se porta il messaggio davanti alle persone giuste.

Conclusione

Parlare con il decision maker cambia tutto.

Cambia la qualità della conversazione.

Cambia la velocità della trattativa.

Cambia il modo in cui viene percepita la proposta.

Cambia la possibilità di ricevere una risposta concreta.

Nel B2B non basta raggiungere aziende in target.

Bisogna raggiungere i ruoli giusti dentro quelle aziende.

Un database B2B profilato, campagne DEM mirate, CRM ordinato, lead generation strutturata e follow-up commerciale specifico permettono alla forza vendita di parlare con interlocutori più rilevanti.

Non sempre il decision maker comprerà.

Nessuno può prometterlo.

Ma parlare con chi può decidere è molto diverso dal parlare con chi può solo inoltrare.

E nelle vendite B2B questa differenza può valere tutta la campagna.

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